Noi e le euromosse dovute. Un’attesa attiva

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Prof. Leonardo Becchetti

da L’Avvenire, 5 dicembre 2014


«Siamo chi siamo, siamo arrivati qui dov’eravamo», il verso “esistenzialista” della nota canzone di Ligabue ben si adatta sia alla velocità letargica della Bce (che anche ieri ha deciso di temporeggiare) che alla situazione di decrescita infelice del nostro Paese dove il Pil è tornato indietro ai livelli del 2000.


La situazione continua dunque a non migliorare per responsabilità in parte nostre in parte altrui. Usando le stime più ragionevoli su saldo primario (1,7% per il 2014), costo medio del debito (3,83%) e crescita (-0,3% sempre per il 2014), con un’inflazione del 2% (obiettivo statutario della Bce), il rapporto debito/Pil non si ridurrebbe affatto e crescerebbe tra 2013 e 2014 dell’1,1%. La sostanziale caduta in deflazione, dovuta alla timidezza della politica monetaria della Bce (e ora anche al crollo dei prezzi petroliferi), provocherà una situazione ben peggiore con una crescita di tale rapporto del 3,9%. Ben 3 punti del deterioramento dipenderanno, dunque, dalla distanza del tasso d’inflazione da quello che la Bce dovrebbe garantire.

Per uscire dalle secche avremmo bisogno, invece di due motori ingolfati, della migliore Italia (lavorare sodo sulle dimensioni del sistema Paese che ci allontanano dai migliori esempi europei per corruzione, efficienza giustizia, investimenti in istruzione e banda larga, semplificazioni della burocrazia) e della migliore Europa.

Sul secondo tema, con il supporto di Avvenire, chi scrive assieme ad altri ha promosso un appello sottoscritto da 350 economisti italiani e stranieri. Nell’appello sottolineavamo che per evitare l’iceberg della crisi dell’euro il progetto europeo fermo in mezzo al guado deve necessariamente fare uno scatto in avanti. E indicavamo quattro direzioni economiche principali quali l’acquisto da parte della Bce di titoli di stato dei Paesi membri secondo il modello avviato tempisticamente e con successo dagli Stati Uniti (sei anni fa!), una politica fiscale europea espansiva per colmare il buco di domanda di investimenti, un processo di armonizzazione fiscale perché è impossibile avere un’Unione Europea con paradisi fiscali al proprio interno e, infine,un progetto di ristrutturazione del debito con un robusto intervento della Bce per liberare gli Stati membri dalla spesa per interessi.

Su tre di questi quattro obiettivi si comincia, anche se troppo lentamente, a procedere. Il piano di rilancio degli investimenti è stato presentato dal presidente Juncker e l’Italia, assieme a Francia e Germania, ha preso l’iniziativa di scrivere alla Commissione per chiedere un giro di vite contro le pratiche elusive con cui gli Stati membri si rubano l’un l’altro il gettito fiscale spingendo le imprese a spostare fittiziamente la propria produzione nei “paradisi”. Sul fronte monetario gli spread in forte calo dimostrano che i mercati scontano che la Bce comprerà presto titoli di stato dei Paesi membri nonostante l’opposizione tedesca. E per questo i mercati sono rimasti delusi dall’attendismo di ieri. Il governatore Draghi ripete ossessivamente da un po’ di tempo a questa parte che la Bce può farlo (sottolineando ieri che non è necessaria l’unanimità), ma non è ancora intervenuto non ritenendo ancora adeguato il consenso del board in materia. Meno significativa da parte del governatore l’affermazione giustificativa che «non tollereremo prolungate deviazioni dalle aspettative di inflazione».

La Bce deviazioni significative le ha già tollerate, con le conseguenze assai nefaste sulla dinamica del debito sottolineate all’inizio dell’articolo. Per un Europa e un’Italia vecchie e stanche come sottolineato da papa Francesco nel suo discorso al Parlamento europeo la riscossa, al di là di grafici e numeri, nasce dalla rigenerazione di alcune fondamentali virtù morali e sociali. Il progetto europeo (come ogni progetto collettivo: dal matrimonio alla vita di un’associazione) cresce solo se aumenta la fiducia dei membri. E avere fiducia vuol dire accettare il rischio di mettere assieme risorse con altri senza avere garanzie legali perfette che ci immunizzano dai rischi in caso di situazione avversa. Quello che i cittadini dello Stato di New York trovano naturale fare con i cittadini dello Stato dell’Arkansas mentre lo stesso non accade tra tedeschi, italiani, spagnoli e greci. Certo, notizie come quelle di questi giorni sulle commistioni tra mafia e politica a Roma non aiutano. È per questo che dobbiamo combattere “sfascismo” e passioni tristi e non dobbiamo perdere l’aggancio e lo stimolo al miglioramento che il vincolo europeo ci impone lavorando sodo al nostro interno su tutte le dimensioni del ritardo e rilanciando la speranza e la voglia di investire nel futuro. Aspettando che al nostro fianco di italiani e di europei arrivi la Bce e con essa l’Europa delle istituzioni.

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