Il Debito pubblico: perché gli italiani amano le proprie catene?

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di Antonio De Lellis

Uno sguardo sulle lotte nazionali come quella in costruzione contro il debito pubblico e contro un’economia a debito mi induce a riflettere sul perché gli italiani, pur a conoscenza del possibile lato oscuro del debito e dell’effetto che questo ha sul malessere sociale, rifiutino l’idea di contrastarlo. Per comprendere ciò occorre anche considerare il più ampio rapporto tra dissenso e potere.

Nel libro di D.F. dal titolo” Pensare altrimenti” (Giulio Einaudi editore-2017) si affronta uno degli argomenti più insidiosi e importanti del nostro tempo: il dissenso in rapporto al potere. L’ordine dominante non reprime, oggi, il dissenso. Ma opera affinché esso non si costituisca. Fa in modo che il pluralismo del villaggio globale si risolva in un monologo di massa. Perciò dissentire significa opporsi al consenso imperante, per ridare vita alla possibilità di pensare ed essere altrimenti. Questa la tesi fondamentale dell’opera impegnativa e assolutamente originale. Il dissenso si esprime anzitutto con il rifiuto che coincide con quel dire-di-no che rivela la mancata adesione del soggetto all’ordine sia reale che simbolico. Questo non significa che il gesto del dissentire si esaurisca nella figura del rifiuto e dell’opposizione: esso, al contrario, nega per affermare e destituisce per ricostituire. A differenza del consenso, li dissenso si dà solo come attivo e affermativo. Il vero dissenziente è il non allineato al monoteismo idolatrico con i suoi dogmi trinitari: la crescita fine a sé stessa; il profitto; la mercificazione integrale. Il caso del rivoluzionario è quello in cui la massima intensità si coniuga con la massima traducibilità in azioni coerenti: il suo agire si compie nel rovesciamento dell’ordine costituito e nel transito a un diverso assetto sociopolitico. Da perdere non ha che le proprie catene: da guadagnare ha un mondo.

Ed è proprio su uno dei capitoli del libro che penso possa concentrarci la nostra attenzione come popolo italiano, come cittadini del mondo. Nel capitolo viene affrontato il teorema di Boétie: “decidetevi a non servire più, ed eccovi liberi. Non voglio che lo abbattiate o la facciate a pezzi: soltanto, non sostenetelo più, e allora, come un grande colosso cui sia stata tolta la base, lo vedrete precipitare sotto il suo peso e andare in frantumi “(discorso sulla servitù volontaria). Senza l’attiva partecipazione degli schiavi al loro stesso dominio, esso sarebbe presto destinato a implodere, a essere travolto dalle ondate del dissenso e delle concrete figure in cui si organizza. Come la chiamava La Boétie esso è l’oscuro desiderio di servire pur di essere lasciati in pace, di essere dominati pur di vedere ininterrotto il godimento illimitato scaturente dal flusso di circolazione dei servizi e delle merci. La gabbia d’acciaio costituisce lo sfondo ideale per la proliferazione degli ultimi uomini come servi volontari. La condizione è divenuta oggi ordinaria, in cui si desidera vivere meglio, con più comfort, ma tra comode alienazioni e rassicuranti conformismi, non si aspira più alla libertà, né si è disposti a lottare in suo nome. Il potere ci convince a soggiornare nella gabbia d’acciaio, placando sul nascere il dissenso. Essi nascondono in ogni modo la vera natura della gabbia, alla quale sempre contrappone gli orrori di ciò che eventualmente si troverebbe qualora si compisse l’esodo da essa.

A coloro nella nostra condizione passiva di spettatori, rispetto alla evidente ingiustizia e alle dominazioni quasi incontrastate di ogni forma di potere, la lettura di questo libro è ampiamente consigliata e indicata per trovare la forza di uscire dalle proprie gabbie. Ma il testo ci aiuta anche a comprendere e rivalutare tutte le forme di dissenso, anche all’interno del nostro mondo, spesso non considerate come genuinamente ispirate allo “spirito di scissione”, per usare le parole di Gramsci, ovvero come contributo a staccarsi dalle realtà e logiche dominanti e mai dalle persone. Esistono modelli di comportamento che anche in piccoli gruppi di lotta e opposizione si inseriscono e fermentano modalità di comportamento conformiste a qualcuno o a un leader, ma che in realtà nascondono le stesse logiche del consenso comodo, dello stare in pace per non scomodarsi ad esprimere il proprio dissenso motivato e mai capriccioso. Ci avviamo verso una nuova e defatigante campagna elettorale per la guida dei nostri comuni e in prospettiva del nostro Paese e molti si muovono sullo scacchiere politico dimenticando esperienze ingenue, ma oneste, corrette e discontinue che potevano essere rinforzate, migliorate, le quali, invece, sono state, forse, cancellate per sempre. Esse esprimevano un dissenso partecipato e organizzato che dava fastidio rispetto ad alleanze personali o falsamente ideologiche, poi rivelatesi fallimentari. Anche nelle nostre città e nelle “periferie dell’impero” dove le battaglie per il diritto alla casa, alla terra, al lavoro, ai beni comuni e spazi democratici sta coagulando forze sociali sempre più dissenzienti rispetto ad un modo di gestire il territorio e i servizi a favore di accordi pubblico-privato, che condurranno ad un più forte indebitamento dei municipi e dello stato, logiche di lotta personali si potrebbero sprigionare, ma, mi auguro, equilibrate da dissensi espressi e costruttivi che ri-orientano la lotta verso i temi e mai contro le persone.

In questa fase proprio il rifiuto delle catene del debito dovrebbe animare vere coalizioni sociali in grado di uscire dalla gabbia d’acciaio che per decenni abbiamo lucidato inconsapevoli di sottrarre il futuro delle future generazioni. Che abbiamo da perdere? Le nostre catene?

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