Conflitto e partecipazione come antidoti alla guerra

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24-25 gennaio 2026, Bologna TPO: Assemblea “O Re o Libertà”

di Marco Bersani (Attac Italia)

Viviamo tempi caratterizzati da un profondo paradosso: da una parte la dimensione della guerra sembra penetrare profondamente dentro l’economia, la società e le relazioni; dall’altra la dimensione del conflitto viene espunta dalle dinamiche sociali come il grande male da estirpare.

È cosi che la premier Giorgia Meloni può rivendicare, appellandosi alla difesa dello stato di diritto, pene severissime per scontri di piazza, mentre lavora alacremente, con le riforme in Patria e partecipando al bellicismo all’estero, alla demolizione dello stato di diritto stesso.

È così che quotidianamente sentiamo il richiamo alla guerra e all’arruolamento da parte dei media mainstream e contemporaneamente l’indignazione degli stessi di fronte alla protesta sociale vista come minaccia alla democrazia.

Il problema è che nella contemporaneità i termini guerra e conflitto sono considerati quasi sinonimi, la cui unica differenza sembra risiedere nella diversa intensità di ciò di cui si sta trattando.

Questa identificazione porta con sé due importanti conseguenze.

La prima è l’affermazione della pace come valore contrario non solo alla guerra, ma anche al conflitto, dentro una visione della vita delle persone completamente astratta dalla loro condizione materiale e sociale, dalla loro storia affettiva e culturale, e interamente legata alla volontà soggettiva di vivere in armonia con le altre persone.

La seconda è che, poiché la ricercata armonia nella realtà concreta è ben lungi dall’essere data, l’unica possibilità per il vivere comune è la delega all’autorità superiore dello Stato che ha il compito di gestire la pace e la sicurezza di tutti, contemplando a questo scopo anche la possibilità di dichiarare guerre all’esterno e di definire l’intensità del disciplinamento sociale all’interno[1].

Per uscire dalla doppia trappola del pacifismo soggettivo e del bellicismo istituzionale, occorre a mio avviso risignificare il concetto di ‘conflitto’, a partire da definirlo come una situazione naturale che ciascuna persona sperimenta ogni qualvolta entra in relazione con il pensiero, il bisogno, il desiderio e l’agire di un’altra persona in un comune contesto.

Poiché, al contrario di quanto afferma l’ideologia liberista, l’uomo nasce in relazione e non può sopravvivere se non grazie a questa, la vita delle persone è connaturata alla dimensione sociale e, come tale, al confronto con l’alterità e la diversità.

Confronto che non può essere dato per scontato (“la diversità è una ricchezza” a prescindere), ma la cui buona riuscita dipende dall’incontro-scontro di questa relazione.

Se facciamo un passo indietro verso le origini della nostra cultura, scopriamo che per Lucrezio, poeta e filosofo romano, seguace dell’epicureismo, vissuto nel I secolo a.C.[2], il conflitto è una forza cosmica e generativa fondamentale, tanto nell’universo fisico, dentro il quale l’incontro-scontro di atomi, elementi e differenze genera la vita e l’equilibrio della natura, quanto nella dimensione delle relazioni amorose dove l’incontro-scontro fra i corpi crea nuova vita.

Potrei citare molti altri autori, ma mi limito a ricordare la celebre frase di Karl Marx, cifra di tutta la sua produzione filosofica e politica: «Non vi è progresso senza conflitto: questa è la legge che la civiltà ha seguito fino ai nostri giorni»” o il passaggio poetico di Charlie Chaplin: «Non dobbiamo temere i conflitti, i contrasti e i problemi con noi stessi e con gli altri, perché perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi»[3].

D’altronde, anche per chi vive la religione cristiana senza addomesticamenti conformistici, le scandalose parole di Gesù ai suoi discepoli sono una dichiarazione dell’importanza e della necessità del conflitto: «Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a mettere pace, ma spada. Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, e la figlia da sua madre, e la nuora dalla suocera, e i nemici dell’uomo saranno quelli di casa sua. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; e chi non prende la sua croce e non viene dietro a me non è degno di me. Chi avrà trovato la vita sua, la perderà e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà»[4].

Con questo breve e parziale excursus storico-filosofico, mi preme sottolineare come ogni dinamica sociale sia necessariamente attraversata dal conflitto e come il conflitto sia il motore della democrazia. Non vi è mai stata alcuna conquista civile nella storia dell’umanità senza un conflitto che l’abbia resa possibile.

E oggi, immersi in un’epoca in cui tutto ciò che era stato ottenuto (certo, solo in alcuni Paesi del ricco Occidente, e a scapito di tutti gli altri) viene messo in discussione, la dipendenza dei diritti e della democrazia dalla capacità di produrre conflitto sociale diviene evidente.

Così come risulta manifesta la schizofrenia del modello capitalistico, che pretende di educare all’autonomia solipsistica dell’individuo, alla competizione dello stesso contro tutti gli altri, alla santificazione del merito soggettivo, per poi chiamare tutte e tutti all’arruolamento collettivo dentro un presupposto destino comune, denominato ‘patria’.

Di fatto, lungi dall’essere quasi sinonimi, ‘conflitto’ e ‘guerra’ sono due termini antitetici e se il primo è il motore creativo dei cambiamenti sociali, il secondo è l’apparato distruttivo per il mantenimento dello status quo.

Ciò è tanto più evidente in questa fase di crisi irreversibile del modello capitalistico, dettata da una disuguaglianza sociale che non ha precedenti nella storia dell’umanità, da una crisi ecologico-climatica che mette a rischio la sopravvivenza della specie umana sulla terra, da una cronica crisi economico-finanziaria, che vede l’economia procedere per bolle finanziarie sempre più estese e sempre più fragili, per rispondere alle quali si è scelta la guerra nei rapporti internazionali, il riarmo nelle scelte di politica economica e l’autoritarismo nel governo della società.

È finita l’epoca dell’illusione del capitalismo per tutti, del mercato come migliore dei mondi possibili e siamo passati nell’era dei grandi interessi finanziari e multinazionali alla difesa di un sistema insostenibile se non per sé stessi.

È così che la guerra diviene l’unico strumento per ridisegnare i rapporti geopolitici e il dominio torna a essere l’unica relazione fra chi detiene le leve del potere e chi deve rassegnarsi e subirlo.

Siamo entrati nell’epoca dei re e delle loro guerre, che ovviamente non vedranno nessuno di loro al fronte, perché saranno ancora una volta i popoli a essere chiamati, chi a combattere concretamente nelle trincee, chi a subire la trasformazione dell’economia in un’economia di guerra e della società in una società in guerra.

Siamo dentro un crinale drammatico e non vi è uscita possibile se non abbandonando la ‘sindrome del torcicollo’, ovvero quella che santifica il passato e vi guarda con nostalgia.

Serve un nuovo conflitto sociale e una nuova lotta di classe estesa a tutti i soggetti in qualche modo penalizzati dal modello sociale capitalistico, con l’obiettivo non di un impossibile ritorno a una sorta di compromesso sociale tra capitale e lavoro, bensì nella direzione di un’alternativa di società che guardi all’autogoverno dei territori più che al vetusto Stato-Nazione, alla conversione ecologica della produzione più che al capitalistico Green New Deal, alla giustizia sociale più che alla filantropia dei benestanti.

E che sappia costruire le condizioni per un’emancipazione delle persone, possibile solo attraverso il decentramento e la redistribuzione collettiva dei saperi e dei poteri.

Perché la democrazia del futuro o sarà partecipativa, o semplicemente non sarà.

 

[1] In questo ripercorrendo la filosofia politica di Thomas Hobbes espressa nel suo libro Leviatano (1651; Rizzoli, 2011)

[2] Stiamo facendo riferimento al poema De rerum natura di Tito Lucrezio Caro (Einaudi, 2023)

[3] Dalla poesia Quando ho cominciato ad amarmi di Charlie Chaplin

[4] Vangelo secondo Matteo, 10:34-39

 

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 56 di Febbraio– Marzo 2026: “Democrazia a rischio estinzione

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