Riforme contro la democrazia. Rilanciare la democrazia costituzionale, pluralista e conflittuale

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Il 27 dicembre 1947 è promulgata la Costituzione della Repubblica Italiana, nata dalla Resistenza e dalla Lotta di Liberazione dal nazifascismo.” (Fonte: A.N.P.I. Comitato provinciale Roma)

di Gaetano Azzariti (costituzionalista)

È giunto il tempo di guardare in fondo alla crisi e porci la domanda più radicale: stiamo assistendo a un’evoluzione o a una rottura del sistema? Le trasformazioni che stiamo vivendo sono da ricondurre entro una ordinaria dinamica storica, oppure siamo giunti a una fase di superamento della nostra tradizione democratica occidentale?

Guardando all’Italia, alla nostra piccola provincia, c’è da domandarsi se la ricerca affannosa di un nuovo principio di legittimazione dei poteri, qual è l’elezione del Capo, nella deformata ipotesi del premierato; la volontà di una nuova distribuzione dei poteri tra enti territoriali, nella visione rozzamente appropriativa assunta dall’autonomia differenziata per come ci è stata sin qui prospettata; l’intento perseguito della separazione dell’ordine della magistratura, accompagnata da una riorganizzazione approssimata e vendicativa degli organi di governo del potere giudiziario; la stessa legislazione ordinaria sempre più attratta dalle ragioni securitarie e d’ordine e sempre meno propensa a garantire i diritti fondamentali e a definire politiche sociali solidali e inclusive, tutti questi elementi sono il frutto della libera determinazione di un indirizzo politico che riflette gli odierni equilibri parlamentari ovvero rappresentano i pilastri su cui si sta edificando una nuova Repubblica autoritaria?

 

Non un tentativo isolato

Ciò che, in ogni caso, non può affermarsi è che si tratta solo di un tentativo isolato – più o meno eversivo – di una destra al governo. Intanto perché, se alziamo lo sguardo per osservare appena fuori dai nostri confini, è evidente la fine degli equilibri planetari e dei principi di diritto internazionale stabiliti al termine della Seconda guerra mondiale.

È entro questa incertezza planetaria che si colloca il caso italiano.

Ma anche solo limitandoci, in questa occasione, a guardare entro i confini, dovremmo essere consapevoli che non si può ridurre tutto a una dimensione definita dalle forme ordinarie della libera dinamica politica. Non ci si può limitare a considerare le riforme proposte come espressione del sempre legittimo esercizio del potere di revisione costituzionale (ex articolo 138), ovvero ricondurre tutto alla doverosa responsabilità del governo di dare attuazione al proprio indirizzo politico maggioritario (ex articolo 94).

Intanto perché sono sommovimenti tellurici assai risalenti, che hanno origine ben prima dell’insediamento di quest’ultimo governo. Da tempo, infatti, si assiste all’affannosa ricerca di un nuovo principio, che si tenta di affermare procedendo lungo un doppio binario: quello – spesso sconfitto – delle riforme testuali e quello – incontenibile – che punta a imporsi mediante l’uso distorto del potere del fatto (modifiche non scritte, atti inusuali, rotture di prassi). In ogni caso con modalità non previste dall’ordinamento vigente e tendenzialmente contra constitutionem, la quale non può mai legittimare la propria dissoluzione.

In questo quadro ci si può legittimamente chiedere se ci si trovi di fronte al riemergere di un nuovo potere costituente. Può darsi, ma con un’avvertenza decisiva: esso si sta affermando in uno spazio temporale lungo, senza alcuna apparente soluzione di continuità, ma erodendo in modo graduale i connotati più propri del costituzionalismo vigente.

Inoltre, quel che vale a caratterizzare questo nuovo “potere costituente dilatato” è che esso appare privo di un soggetto rivoluzionario che, dal basso, lo impone. Per meglio dire, non è espressione di moltitudini ribelli, ma frutto di un cambiamento promosso dall’alto, senza una strategia unitaria. Come direbbe Gramsci, espressione di una classe dominante e non più dirigente.

 

Una lunga transizione, una lunga stagnazione

In questa situazione caotica ci si può limitare a rilevare che si sta assistendo all’instaurazione di fatto di un nuovo ordinamento costituzionale, contrassegnata, rispetto alle esperienze del passato, essenzialmente da una più lunga – interminabile – fase di transizione.

Se è questa la situazione, ci troviamo dinanzi a un classico dilemma, che riguarda l’intero corpo politico, l’intera società quando domina l’extasis (quei periodi in cui prevale “lo stare fuori di sé”). C’è da chiedersi: qual è l’ordine giuridico che deve essere perseguito?

Ce la potremmo cavare affermando quel che certamente deve essere fatto valere, ovvero che, essendo il potere costituente sempre illegittimo, non si può che rimanere fedeli alla nostra Costituzione democratica e antifascista, almeno sin tanto che questa non viene travolta e lo scettro della legalità non passa di mano.

Ma questo non basta, né può compiutamente rassicurare. Infatti, oltre la legalità, c’è tutta la questione della legittimità che non può essere tralasciata. E poi, la transizione infinita non rende neppure semplice separare nettamente la legalità dalla legittimità. I confini sono assai frastagliati e incerti; i fatti instaurativi assumono le forme giuridiche più diverse, costituente e costituito sembrano convivere. In una simile situazione di indeterminatezza dei confini tra ciò che è e ciò che deve essere, tra ciò che è fatto e ciò che è norma, diventa necessario guardare dentro l’abisso infinito e insondabile del potere costituente (per riprendere un’immagine di Carl Schmitt). Il tutto è complicato dalla circostanza che il lungo interregno sembra rendere “infinito e insondabile” anche il rapporto tra costituente e costituito.

Ciò che emerge dalle considerazioni qui svolte è che oggi il principale problema è la transizione in sé. Nessuno riesce a prestabilire un futuro e, nelle faglie del mutamento in corso, il ruolo del pensiero critico si espande.

 

Quale futuro?

In questo contesto confuso ciò che solo può dirsi è che la Costituzione democratica e antifascista diventa un campo di lotta. È questa la Costituzione tradita, almeno sin tanto che le nuove pulsioni costituenti non vengano supportate dalla maggioranza reale di un popolo che legittima il nuovo potere.

E allora, di fronte alle riforme che operano contro la democrazia costituzionale, forse vale la pena contrapporre la più radicale delle proposte di cambiamento: attuare la “rivoluzione promessa” che non si è mai realizzata.

D’altronde per sovvertire l’ordinamento vigente non basta certo una maggioranza di Governo o la vittoria in un’elezione.

Intanto perché la distorsione dei sistemi elettorali assicura che chi legittimamente governa, non rappresenta neppure lontanamente la maggioranza del corpo elettorale: sommando astensionismo, torsioni premiali o maggioritarie non si è più in grado di proporre nessun parallelismo tra quel che viene chiamato il paese legale rispetto a quel che viene chiamato il paese reale. E poi, per nostra fortuna, abbiamo visto più volte smentite dai referendum costituzionali le decisioni politiche fondamentali di stravolgimento del nostro assetto costituzionale da parte del popolo sovrano.

La lotta per la Costituzione e la sua attuazione trova fondamento nel diffuso consenso sociale che ancora sostiene l’opera dei nostri padri costituenti. Quelli del 1946-47, non i successivi revisionisti costituzionali estemporanei e fluttuanti. La Costituzione rimane la nostra “utopia concreta”: il più avanzato e realistico campo di lotta per l’emancipazione sociale.

Se questo può indicare la strada, non potrà però fermare il regresso se rimane soltanto un’aspirazione ideale. Bisogna ricordare che solo un movimento reale può abolire lo stato di cose presente. E di questo movimento si sono perse le tracce. Ma allora non è improprio sperare che sia il “movimento reale” – quel che ne resta – ad appropriarsi della Costituzione tradita: potrebbe così provare a fermare il regresso e a dare una prospettiva alla democrazia pluralista e conflittuale.

 

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 56 di Febbraio– Marzo 2026: “Democrazia a rischio estinzione

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