![]()

di Marco Bertorello (Lavoratore portuale e saggista)
Il contesto planetario appare particolarmente complicato.
Il politologo statunitense conservatore Robert Kaplan compie un ardito, ma non del tutto incomprensibile, parallelo parlando di Weimar che si farebbe globale. Cioè afferma che la crisi tedesca del primo dopoguerra è tornata su una scala ben più ampia. Una lunga e ininterrotta fase di instabilità politica in cui «tutto pareva essere sempre in gioco». A ciò aggiungerei l’impossibilità di soluzioni economiche adeguate ai problemi in essere. Kaplan sottolinea, poi, che Weimar è una «condizione permanente».
In tale contesto sembra stiano venendo al pettine diversi nodi dell’Unione europea. Stagnazione economica, limiti di un modello mercantilista fondato sulle esportazioni, incapacità di emanciparsi dallo storico alleato statunitense, permanere di un regime formalmente unitario, ma perennemente in competizione al suo interno: in definitiva una disgregazione politica che rischia persino di trascinare con sé quel poco di integrazione economica finora ottenuta. Una crisi di senso, un non sapersi collocare in quel contesto globale tanto in trasformazione dove i grandi aggregati si scontrano senza esclusione di colpi.
La crisi politica ed economica francese e quella tedesca, finora più economica che politica, hanno portato al paradosso di considerare l’Italia la potenza continentale in maggior salute. In realtà l’unico fattore aggiunto per Roma è la stabilità politica, mentre la crescita economica registrata è in decimali e dallo scorso anno è tornata ad essere inferiore alla media continentale.
Dico dallo scorso anno perché c’è stata un’illusoria parentesi post-Covid positiva, frutto però del crollo particolarmente consistente del 2020. Per il 2025 la crescita italiana del Pil è prevista essere allo 0,6%, metà di quella europea. Cioè tutto sembra tornare ai ritmi dei due ultimi decenni.
Quindi non è l’Italia che migliora, semmai è l’Europa che peggiora. Andrebbe considerato, poi, che in questi anni avremmo dovuto vedere l’effetto positivo (moltiplicatore?) del Pnrr. In particolare per l’Italia. Ma non ve n’è traccia. Ecco allora che dopo l’indebitamento comune, seppur modesto, giunge l’opzione del riarmo per ripartire. Un’opzione che, in particolare, risponde a due logiche piuttosto differenti e che molti degli attori in gioco subiscono.
La prima è l’imposizione trumpiana di riequilibrare i costi della difesa all’interno dell’alleanza atlantica. Va detto che le spese militari dal secondo dopoguerra sono in netta contrazione. Lo Stockholm International Peace Research (Sipri) calcola che dal 1960 al 1994 si è passati a livello globale dal 6% al 2% del Pil mondiale. Con discese particolarmente vistose negli anni Sessanta e a metà Ottanta. Solo con il nuovo secolo c’è stata una ripartenza delle spese.
In particolare, negli Usa si è passati dal 3 al 5% del Pil per poi scendere nuovamente al 4% dopo la crisi del 2008. La spesa di Washington è doppia rispetto a quella dei restanti Paesi Nato. I Paesi che nel nuovo secolo hanno incrementato decisamente il loro impegno in armamenti sono quelli emergenti, in particolare Cina e Russia, ma rappresentano, in termini assoluti, una spesa ben inferiore a quella statunitense. Quest’ultimi totalizzano il 37% della spesa mondiale, percentuale però significativamente più bassa del 50% totalizzato nell’immediato secondo dopoguerra.
La mia tesi è che gli Stati Uniti, il centro del capitalismo mondiale, vivano una tale crisi di crescita economica da non essere più in grado neppure di sopportare le proprie spese militari da potenza globale. In Iraq hanno speso 2.000 miliardi di dollari e in Afganistan 2.300. Segnalo che lo scorso anno la spesa per interessi sul debito ha raggiunto quella militare. Ecco, dunque, il ripiegamento sovranista apparentemente pacifista di Donald Trump che spinge verso una diversa ripartizione della spesa in armamenti.
Qui il Vecchio continente subisce l’imposizione di aumentare la spesa militare fino al 5% del Pil dettata da un’alleanza che è militare, ma prima ancora politica ed economica. Un’alleanza subita, ben fotografata dall’espediente, peraltro subito smascherato a Washington, di conteggiare i costi del ponte sullo Stretto di Messina come spesa strategica per la sicurezza.
La seconda logica, invece, è quella che ha come capofila la Germania e che individua nel riarmo e in una parziale riconversione della propria industria civile un’occasione per uscire dalla stretta globale che sta vivendo. Cioè, una stretta risultante della crisi energetica con la Russia e dell’aumento del tasso di competizione con merci sempre più sofisticate provenienti dalla Cina, a partire dalle auto.
L’opzione del riarmo per Berlino è considerata praticabile visti i margini di cui dispongono nella loro finanza pubblica. L’investimento annunciato, dunque, risulta poderoso: tra aumento della spesa e creazione di un fondo dedicato nei prossimi anni si parla di 1.000 miliardi, finendo per raggiungere il 3,5% del Pil entro il 2029, quando ancora nel 2022 era meno del 1,4%. Si aggrappa a questa prospettiva una certa industria in affanno (in particolare franco-italiana) la quale intravede nel mercato della produzione di armi, e nel conseguente sostegno della sfera pubblica, un’occasione di rilancio o di sopravvivenza.
In sintesi, le pressioni statunitensi, che spingono a quel fatidico 5% che avvicinerebbe vistosamente alle percentuali dell’immediato dopoguerra, e il riarmo tedesco generano spinte centrifughe ulteriori all’interno del Vecchio continente. Confermano la preminenza del principio di competitività piuttosto che quello di cooperazione, indebolendo ulteriormente l’Europa e paradossalmente rendendo meno efficace persino il riarmo stesso.
Paesi come l’Italia, storicamente inguaiati con la loro finanza pubblica, vedranno lievitare le spese militari nei prossimi anni da 40 a 100 miliardi. E, a fronte dell’asfittica crescita che tutti gli organismi prevedono, ciò significherà una riduzione delle spese in stato sociale. Per non dire di come tali spese non siano in grado di generare neppure sviluppo economico in quanto, diversamente dagli investimenti human intensive e in loco del welfare, quelli in armamenti generalmente scivolano verso le importazioni, in particolare dagli Usa. Quel che era il complesso militar-industriale di eisenhoweriana memoria non ha più l’efficacia economica di portata sistemica di un tempo.
Insomma una partita tutta a perdere per l’Europa e, in particolare, per l’Italia.
Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 55 di Ottobre – Novembre 2025: “Europa chiusa, piazze aperte”

