Preservare la pace con un diluvio di armi?

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Foto di Zaur Ibrahimov su Unsplash

di Marco Bersani (Attac Italia)

Nel marzo 2025 venne denominato ReArm Europe, poi a giugno la definizione fu modificata in Defence Readiness per arrivare all’ennesima mutazione lessicale che oggi gli attribuisce il nome di Preserving Peace.

I cambi di nome corrispondono alle mutate fasi della mobilitazione sociale che in questi mesi si è espressa nelle piazze europee: se a marzo l’Unione europea poteva, per così dire, parlare chiaro, nei mesi successivi ha progressivamente dovuto correggere il tiro, passando dal “riarmo” alla “difesa” fino ad arrivare all’odierno “preservare la pace”.

Ridicoli tentativi di peacewashing, perché nella sostanza non solo nulla è mutato, ma la spinta per disegnare il futuro del Continente dentro la dimensione della guerra si è addirittura approfondita.

La Commissione europea ha infatti presentato il piano quinquennale Preserving Peace – Defence Readiness Roadmap 2030, che mira a trasformare radicalmente l’architettura difensiva dell’Unione attraverso un calendario serrato di implementazione. Il documento parte dalla premessa della «(…) minaccia incombente e permanente che grava sul continente europeo dovuta all’aggressione russa in Ucraina» e si prefigge di «(…) di rafforzare la sovranità e la prontezza militare dell’Unione», mobilitando risorse finanziarie aggiuntive per 800 miliardi entro il 2030 finalizzate a raggiungere «(…) la piena prontezza al combattimento entro la fine del decennio».

Il piano individua nove settori critici in cui gli Stati membri devono colmare le lacune entro il 2030: difesa aerea e missilistica, tecnologia cyber, artiglieria, mobilità militare, missili, munizioni, combattimento terrestre e sfera marittima.

Quattro progetti faro sono stati definiti come prioritari e dovranno essere implementati con massima urgenza: l’“Osservatorio del fianco orientale” e il “Muro di droni” europeo sono considerati i più urgenti, ai quali si aggiungono lo “Scudo aereo” e lo “Scudo spaziale di difesa”.

Tutto questo non rappresenta che l’inizio, perché come dichiarato dal Commissario europeo per la difesa, Andrius Kubilius: “Gli europei investiranno fino al 2035 6.800 miliardi di euro; nella difesa vera e propria, il 50%, cioè 3.400 miliardi di euro”.

Lo stesso Commissario parla di vero e proprio Big Bang finanziario, basato “sulla spesa per la difesa nazionale, che sarà 100 volte superiore a quella dell’Unione europea”.

Il primo passo avverrà entro marzo 2026, quando saranno previsti i primi pagamenti di prefinanziamento – va ricordato che trattasi di prestiti che andranno restituiti con gli interessi – previsti dal quadro Security Action for Europe (Safe), un meccanismo che può fornire fino a 150 miliardi di euro garantiti dal bilancio dell’Ue.

Ecco tracciata la strada dentro la quale l’Unione europea intende portare l’intero Continente: nessuna attenzione alla drammaticità della crisi sociale europea che vede oggi 95 milioni di persone (un quinto dell’intera popolazione) vivere nella povertà assoluta o relativa; nessun piano per affrontare la crisi ecologica e climatica, il cui impatto in Europa è drammaticamente rilevante; nessun allarme sul fatto che l’Europa che investe in armi è la stessa che è attraversata e in gran parte già governata da forze sovraniste e fasciste.

Sarà la guerra il fulcro dell’economia europea dei prossimi anni, per la gioia dei grandi Fondi finanziari che potranno finalmente investire in asset sicuri perché garantiti dalla spesa pubblica; sarà la militarizzazione la cifra delle relazioni sociali di un continente che solo qualche decennio fa poteva vantare l’originalità dello stato sociale; sarà l’autoritarismo il nucleo del rapporto fra chi comanda e chi deve sottostare, con buona pace di tutti i richiami al valore della democrazia.

Il risvolto di quanto sinora detto lo si intravede con la prossima Legge di bilancio che il governo Meloni ha presentato. Nell’insieme di misure – complessivamente modeste e assolutamente insufficienti a intervenire sulle numerose emergenze sociali ed ecologiche che attraversano il Paese – spicca l’aumento di 12 miliardi della spesa militare nel triennio 2026-2028.

Si tratta di una cifra che verrà liberata se, come sembra, il nostro Paese uscirà dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo prevista dall’Unione europea. Già questo dimostra l’inaccettabile paradosso su cui si basano i vincoli finanziari europei: l’Italia per uscire dalla procedura di eccessivo disavanzo deve comprimere la spesa pubblica; una volta ottenuto il risultato, può finalmente allargare le maglie della spesa pubblica … in direzione dell’acquisto di armi!

Ma anche per il nostro Paese questo passo non è che l’inizio. Perché le spese per la difesa non sono solo quelle scritte nella Legge di bilancio.

Il ministero della Difesa, infatti, ha pubblicato il Documento programmatico pluriennale 2025-2027, che è il documento specifico per la difesa nazionale. Per l’anno in corso il budget ha una cifra record di 31,2 miliardi di euro, con un incremento del +7,2% rispetto ai 29,1 miliardi dell’anno precedente. Entro il 2027, la cifra raggiungerà 31,7 miliardi di euro.

Ma neppure il bilancio della Difesa dice tutto, perché va considerato anche il Bilancio integrato in chiave Nato che, oltre a quanto sinora delineato, contempla anche le risorse fornite dal ministero delle Imprese del Made in Italy (Mimit) finalizzate a sostenere i compiti istituzionali della Difesa (ovvero gli investimenti militari) e i fondi per le missioni all’estero.

Infine, vanno considerati gli investimenti destinati alla ricerca, allo sviluppo e all’innovazione tecnologica su aree strategiche per la difesa.

Secondo l’Osservatorio sulle spese militari italiane (Milex), l’insieme di tutte queste voci e dei relativi fondi porta alla cifra di 130 miliardi di euro destinati ai sistemi d’arma e di 9 miliardi di euro destinati alle infrastrutture militari, portando l’intero ammontare complessivo della spesa militare italiana del prossimo decennio a 700 miliardi.

Sono tutti soldi che saranno sottratti alla scuola, alla sanità, ai diritti e alla conversione ecologica del sistema produttivo. Sono una pesantissima ipoteca sul futuro di tutte e tutti.

L’auspicio è che la mobilitazione sociale che ha inondato le piazze e le strade del Paese, che ha rimesso in campo lo sciopero generale e sociale, che è stata in grado di bloccare tutto contro il genocidio e per la Palestina, capisca che un’alternativa di società può essere immaginata solo mettendo in campo altrettanta determinazione contro le politiche di riarmo in Italia e in Europa.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 55 di Ottobre – Novembre 2025: “Europa chiusa, piazze aperte

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