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di Rita Cantalino (Giornalista freelance)
L’Intelligenza artificiale (IA) non è nel cloud: è in un campo, a cento metri da casa
Ogni volta che chiediamo a un’Intelligenza artificiale di riscrivere una e-mail o riassumere un documento, da qualche parte nel mondo si accende un ventilatore. Poi un altro. Poi migliaia. La metafora del cloud ci ha abituati a pensare il digitale come qualcosa di leggero e innocuo, ma per far funzionare l’Intelligenza artificiale servono cemento, acciaio, acqua ed elettricità.
Oggi nel mondo si contano 10.332 Data center in 168 Paesi e la capacità complessiva è destinata a raddoppiare entro il 2030. Amazon, Google, Microsoft e Meta hanno programmato investimenti per quasi 700 miliardi di dollari nel solo biennio 2025-2026.
L’IA generativa viene presentata come strumento per affrontare la crisi climatica ma ne sta diventando uno dei motori: le emissioni di Amazon sono triplicate dal 2019, quelle di Google sono cresciute del 48% nel solo 2024.
Per alimentare i server si riattivano centrali nucleari come Three Mile Island, si scommette sui piccoli reattori modulari, si ricorre al gas. Poi c’è l’acqua: un impianto può consumare milioni di litri al giorno, quanto una città di decine di migliaia di abitanti. E ci sono le isole di calore, il rumore dei ventilatori, i generatori diesel di emergenza, il suolo agricolo cementificato.
Un’industria pesante che si presenta come immateriale.
Dove i Data center arrivano, arriva il conflitto
In Uruguay, durante una siccità storica, migliaia di persone hanno marciato contro Google al grido di «No es sequía, es saqueo» [NdR trad.: «non è siccità, è saccheggio»] : l’azienda prelevava 7,6 milioni di litri d’acqua al giorno, il fabbisogno di 55mila persone. In Cile un tribunale ha revocato i permessi per un progetto a Cerrillos. In Kenya il presidente William Ruto ha sospeso un investimento da un miliardo da parte di Microsoft: accenderlo avrebbe significato togliere la luce a metà del paese.
Il Nord globale tiene pulito il proprio cortile e sposta il danno altrove. Singapore ha imposto standard ambientali severi ai propri Data center, e il problema si è spostato poco oltre il confine, a Johor in Malesia e a Batam in Indonesia, dove le tutele sono più deboli e l’acqua costa meno.
Ma la rivolta è anche in Occidente.
Negli Stati Uniti il sostegno ai Data center è crollato dal 65% del marzo 2025 a meno del 36% nel 2026, e l’opposizione è diventata trasversale: repubblicani irritati dagli sgravi fiscali alle Big Tech e democratici preoccupati per la giustizia ambientale si trovano dalla stessa parte.
In Virginia, nella contea di Prince William, i residenti hanno bloccato in tribunale 37 Data center progettati a ridosso di un parco storico. In Missouri gli elettori hanno cacciato metà del Consiglio comunale che aveva approvato un progetto da 6 miliardi.
In Europa l’Irlanda, dove i server assorbono il 22% dell’elettricità nazionale, ha bloccato i nuovi allacciamenti nell’area di Dublino, mentre i Paesi Bassi hanno costretto Meta a rinunciare a Zeewolde. Intanto a Bruxelles l’inchiesta di Investigate Europe ha mostrato come una clausola di segretezza sui consumi dei singoli impianti sia stata, di fatto, copiata nelle proposte di Microsoft e DigitalEurope.
E l’Italia?
L’Italia è il tredicesimo Paese al mondo per Data center, con una potenza cresciuta del 17% in un anno.
Con i vecchi hub del Nord Europa saturi, gli investimenti scivolano verso il Mediterraneo. Il cuore è in Lombardia, dove l’area di Milano ha già 238 megawatt installati, più di Madrid o Zurigo.
Solo in Italia i server occupano la superficie di 49 campi da calcio e pesano sulla rete quanto Firenze. Ma Milano è satura e la corsa si sposta in provincia.
Il caso più emblematico è quello di Lacchiarella, nella Bassa milanese.
Qui Apto, operatore di Pimco, vuole costruire su 228 mila metri quadrati agricoli un campus di cinque Data center da 3,5 miliardi di euro, con 160 generatori diesel. Il progetto era depositato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica dalla fine del 2024, ma nessuno ne sapeva nulla: il Comitato Ciarlasco lo ha scoperto per caso e ha ottenuto la riapertura della procedura di valutazione di impatto ambientale.
L’11 luglio 2026 c’è stata la prima manifestazione contro i Data center in Lombardia.
L’Istituto superiore di sanità ha giudicato non esaustivo lo studio sulla qualità dell’aria e ha chiesto che l’impianto sia trattato secondo la Direttiva Seveso, quella sugli incidenti rilevanti.
Il solo campus consumerebbe, secondo il Comitato, oltre 2 TWh l’anno, quasi l’1% del fabbisogno nazionale. E non è solo: nel triangolo tra Lacchiarella, Binasco e Zibido San Giacomo sono previsti circa 700mila metri quadrati di nuove infrastrutture, tra cui una stazione Terna da dieci ettari e un impianto di batterie al litio da 160 container.
Nonostante questo, nell’agosto 2026 il Consiglio dei ministri lo ha dichiarato di preminente interesse strategico nazionale, bypassando i comuni locali e prevedendo la nomina di un commissario straordinario.
Anche nel Pavese i Comitati scoprono i progetti a cose fatte. A Certosa di Pavia è al vaglio un Data center su 130mila metri quadrati, con quindici generatori diesel e ventole a cento metri dalle case.
Il quadro normativo non aiuta
In Italia non esiste una legge nazionale e i Data center sono trattati come insediamenti produttivi.
La Lombardia ha approvato la Legge 11/2026, che privilegia le aree dismesse ma non le impone; il Lazio, con la Legge 12/2025, ha aperto a tutti gli immobili produttivi senza varianti; il Decreto legge 21/2026 li ha dichiarati infrastrutture strategiche, con autorizzazioni in dieci mesi.
A Terna sono arrivate richieste di allaccio per 82 gigawatt, ma la capacità realizzabile entro il 2030 è stimata in circa due.
Il valore di questi progetti sembra stare nella loro indefinitezza, e il rischio sono le future cattedrali nel deserto, con server da sostituire ogni 3-5 anni, strutture obsolete entro 20, e nessuna assicurazione che chi le costruisce fornisca le risorse per demolirle.
Le alternative esistono.
A Helsinki il calore dei server scalda la città; anche a Settimo Torinese la sindaca ha imposto nel piano regolatore il riuso del calore. Ma servono regole, trasparenza sui consumi e partecipazione.
La domanda, alla fine, non è se l’IA sia utile o dannosa ma di chi sia, e chi ne paghi il prezzo materiale.
Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 58 di Novembre – Dicembre 2026: “Né artificiale, né intelligente”

