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di Cesare Antetomaso (avvocato, membro dell’esecutivo dell’Associazione nazionale giuristi democratici)
Si può definire la propria identità in modo (anche) oppositivo?
La Costituzione repubblicana dimostra che non solo è possibile, ma che anzi, se si intende operare una soluzione di continuità netta con il passato totalitario e impedire il riaffacciarsi di qualunque tentazione autoritaria, è doveroso.
In questo senso, la XII Disposizione finale della Costituzione, che come noto vieta «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista» è una norma di sistema, un pilastro fondante della Carta sul quale è destinata a infrangersi ogni velleità di uno spazio neutro nella democrazia costituzionale: il fascismo deve restare fuori dalla Costituzione affinché il conflitto politico possa dispiegarsi senza distruggere lo spazio democratico.
Ecco perché la XII Disposizione va intesa come unidirezionale, in quanto non rappresenta un punto da bilanciare con la libertà di manifestazione del pensiero, bensì una barriera che disegna il perimetro del terreno comune del pluralismo politico, per cui, come giustamente sostenuto da Barbara Pezzini, la democrazia costituzionale o è antifascista o non è.
Per questo motivo, le leggi attuative (tanto la Scelba quanto la Mancino) non sono limitazioni occasionali della libertà bensì strumenti di difesa della democrazia.
L’antifascismo, del resto, non si esaurisce nella XII Disposizione né nelle sue trasposizioni legislative.
È l’alterità originaria su cui si costruisce tutto l’ordinamento repubblicano: dalla decisione, maturata nella lotta di Liberazione e poi sedimentata nei lavori dell’Assemblea costituente, di bandire dal consesso democratico ogni progetto che persegua, sotto nuove forme, l’annientamento, anche progressivo, della libertà e dell’uguaglianza, alla costruzione di meccanismi che imbriglino il potere e giammai limitino, bensì moltiplichino, i controlli di legalità, fino al rifiuto di ogni forma di presidenzialismo, con l’adozione di un parlamentarismo con contrappesi forti al fine di evitare concentrazioni personalistiche del potere, sia pure sotto le spoglie di premierato.
Ma cosa ne è oggi di questo disegno?
Parlare di antifascismo costituente oggi significa, in primo luogo, riconoscere che quel rifiuto continua a funzionare come criterio di legittimazione delle Istituzioni, come bussola per le riforme, come linea di confine oltre la quale il conflitto politico non può spingersi senza negare le condizioni stesse della democrazia.
E significa, specie nell’attuale contingenza storica, che l’indipendenza della magistratura e il garantismo penale non sono meri presidi tecnici, ma dispositivi antifascisti, miranti a difendere il giudice dall’esecutivo, il processo dalla repressione selettiva, la giustizia dall’uso del diritto penale piegato, a seconda delle convenienze, ora contro il nemico – poveri, migranti, Movimenti sociali -, ora invece a favore dell’amico – potenti, affaristi, agenti di Polizia giudiziaria nello svolgimento delle funzioni – e finanche a proteggere il ruolo dell’avvocato difensore dalla riduzione a mero questuante la clemenza della Corte, in un rito il cui esito si vorrebbe predeterminato dai desiderata del governo di turno.
Come interpretare infatti diversamente i messaggi che, sempre più numerosi, quotidianamente invitano a votare Sì al referendum costituzionale sulla separazione delle magistrature (perché di ciò si parla, essendo già di fatto vigente quella delle carriere grazie alla legge Cartabia) lamentando esiti processuali sgraditi al principale partito della maggioranza di governo? Votate Sì, e metterete una volta per tutte fine alle assoluzioni o alle scarcerazioni di ecoattivisti, di sindacalisti, di lavoratori e, in generale, di chiunque osi esprimere dissenso!
Da questo punto di vista, l’antifascismo costituente indica almeno tre linee di resistenza.
La prima è rifiutare la riduzione del fascismo a opinione, ricordando che si tratta di un progetto incompatibile con la logica costituzionale, oggi talvolta rimosso o banalizzato.
La seconda è contrastare la normalizzazione di pratiche di potere – nel controllo delle piazze, nel governo dei flussi migratori, nell’uso delle misure di prevenzione – che ripropongono, in forme solo apparentemente nuove, la centralità della forza sulla garanzia.
La terza è ricostruire spazi di elaborazione collettiva, in cui giuristi e movimenti tornino a pensare riforme non come aggiustamenti tecnici, ma come momenti di un processo costituente permanente: esattamente quello che abbiamo cominciato a fare come Giuristi Democratici, provando a mettere a sistema le proposte discusse e raccolte con la pubblicazione, pochi mesi or sono, del libro collettaneo Oltre il potere – Una prospettiva giuridica per le lotte sociali (Momo edizioni, 2025).
L’antifascismo resta costituente perché, contro rigurgiti neofascisti e derive sicuritarie, da un lato traccia una soglia invalicabile rispetto alla quale misurare la legittimità delle proposte di riforma istituzionale, delle politiche sulla sicurezza, delle scelte in materia di diritti; mentre dall’altro, nella sua dimensione positiva, indica una direzione di marcia: allargare la democrazia, renderla materiale, redistribuire potere a chi ne è privo, rafforzare i luoghi in cui il dissenso può organizzarsi, resistendo alla frammentazione.
Non si tratta di custodire un’eredità statica, o peggio una reliquia storica, né soltanto di difendere la Costituzione antifascista posta sotto attacco, ma di assumerla nuovamente come cantiere aperto.
L’antifascismo è costituente ogni volta che ricompone frammenti di resistenza in un disegno che rifiuta l’idea di un diritto ridotto a tecnica di governo dell’esistente, che rimette in questione i rapporti di forza e immagina Istituzioni capaci di sostenerne la trasformazione.
In un momento storico di crisi dei corpi intermedi e presidenzialismo di fatto, questo compito è urgente: l’antifascismo genera ancora diritto nuovo – urgente in un 2026 in cui sono messe a rischio l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e si preparano nuove misure liberticide – contro ogni rinuncia al possibile.
La sfida odierna, dopo i fatti di Torino, è allora non soltanto quella di resistere all’ennesima stretta autoritaria ispirata a un securitarismo sempre più estremo, ma soprattutto quella di tradurre conflitti reali in proposte normative che prefigurino finalmente un cambiamento all’insegna dell’inveramento dei precetti costituzionali: eguaglianza sostanziale, partecipazione effettiva, redistribuzione del potere.
È antifascismo costituente in azione. Perché la Repubblica antifascista non è un dato acquisito, ma un compito quotidiano.
Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 56 di Febbraio– Marzo 2026: “Democrazia a rischio estinzione”

