La democrazia come antidoto al patriarcato

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8 marzo 2025, Bologna (dalla pagina facebook di “Non una di meno”)

di Laura Ronchetti (costituzionalista e studiosa femminista)

La parola democrazia, con il suo indicare il potere del popolo, non offre in sé alcun antidoto al perpetuarsi del patriarcato, come dimostra la storia, compresa quella del pensiero politico e giuridico.

Un primo requisito imprescindibile è che si tratti di una democrazia costituzionale, cioè fondata su una Costituzione che garantisca la diffusione del potere tra tutti i consociati sotto forma di diritti con conseguenti doveri e che questo esercizio diffuso del potere sia a sua volta tutelato da un’effettiva separazione dei poteri dello Stato (o di qualunque altra forma storica delle convivenze).

Il costituzionalismo democratico moderno, però, deve ancora fare i conti con il femminismo: sono due movimenti politico-sociali fortemente critici con la verticalizzazione del potere e le forme di assoggettamento e subordinazione che, però, stentano tuttora a intrecciarsi.

I vari femministi hanno smascherato il finto universalismo fondato su un soggetto neutro sessualmente, disincarnato, presunto libero e indipendente, che ha a disposizione la natura come oggetto di libera appropriazione: una finzione squisitamente patriarcale che consente di costruire e mantenere ordinamenti sociali e giuridici su misura per uomini bianchi, eterosessuali, proprietari e in buona salute.

A fronte della resistenza a far tesoro di questo disvelamento, spesso i femminismi hanno maturato una distanza dalle Istituzioni profonda quanto la diffidenza nei confronti di qualunque regolazione dei corpi delle donne e di qualunque altra soggettività eccedente il paradigma del maschio, unico vero soggetto di diritto.

Per quanto riguarda l’Italia questa postura di separatezza rispetto alle Istituzioni da parte dei femminismi nasce con la lotta per la depenalizzazione dell’aborto ma, a distanza di quasi 50 anni da allora, disarmanti sono le più recenti ‘verità di fatto’ sulla fondatezza del dover ‘non credere di avere diritti’: la mente va all’incredibile rovesciamento del principio dell’esplicito consenso nei rapporti sessuali che il Senato ha trasformato nell’espresso dissenso, capovolgendo del tutto il senso delle aspettative riposte in un tardivo quanto doveroso cambio interpretativo della violenza esercitata contro la libertà sessuale in genere, delle donne in particolare.

Se in gioco è la garanzia da apprestare alla libertà sessuale delle donne, da sempre oggetto di controllo e criminalizzazione da parte del potere costituito, richiedere addirittura il dissenso espresso vuol dire viceversa che la donna è ritenuta nella disponibilità sessuale dei maschi fino a prova contraria.

L’imperituro desiderio di controllare il corpo delle donne va oltre il dominio sessuale e colpisce anche la capacità procreativa, prerogativa propria e esclusiva del sesso dotato di utero: le conquiste ottenute con la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza n. 194 del 1978 sono pervicacemente svuotate dal ricorso massivo all’obiezione di coscienza, senza adeguati interventi delle Istituzioni per garantire comunque l’accesso a un aborto sicuro e gratuito su tutto il territorio nazionale nel rispetto dei tempi previsti dalla legge.

L’attacco ai consultori financo con l’ingresso di associazioni che difendono la vita sin ‘dall’inizio’, inteso come concepimento e non come nascita, è lesivo della piena dignità delle donne come soggetti in grado e in diritto di scegliere del loro corpo.

Financo l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita è subordinato al rispetto di prefissati paradigmi di stampo patriarcale, con le donne che devono essere stabilmente accompagnate da un uomo per poter godere degli avanzamenti della scienza che rendono possibile la procreazione.

Se a ciò si aggiungono i dati sulle diseguaglianze patite dalle donne, soprattutto quelle giovani e del Sud, sia in termini di diritto ‘al lavoro’ che ‘del lavoro’, fino ad arrivare all’insostenibile disparità salariale e all’inscalfita asimmetria tra i generi nel lavoro di cura svolto a titolo gratuito dalle donne, risulta davvero dura a morire la strutturazione patriarcale della nostra società.

Di derivazione patriarcale sono anche le premesse ontologiche dell’attuale Antropocene la cui crisi ecologica si abbatte in modo sproporzionato proprio sulle donne, salariate, delle aree più svantaggiate.

Tutto ciò non produce immobilismo, anzi mobilita le più disparate forme femministe di autodeterminazione: vere e proprie maree in grado di diffondersi in tutti i meandri della vita consociata di ogni giorno, sotto forma di rivoli che attraversano le porosità dei mille muri materiali, giuridici e simbolici in cui ci imbattiamo continuamente.

Questa controcondotta di massa, praticata anche da tanti uomini pronti a mettere in discussione i propri privilegi negati troppo a lungo, necessita di un livello quanto mai ampio di agibilità democratica in cui poter esercitare conflitto e creare nuovi immaginari collettivi.

Se un tempo si poteva parlare del femminismo come di un soggetto inaspettato, oggi è espressamente additato come un vero e proprio ‘nemico’ delle torsioni populiste e securitarie che assumono modi e sistemi machisti. La deformazione in corso della democrazia, quindi, deve essere continuo oggetto di analisi e di proposta di senso da parte dei femminismi per costruirne una matura, allargata, solidale e resa effettiva in modo che sia anche affettiva.

In nome di una nuova affettività, basata sul rispetto insito nella «pari dignità sociale» di qualunque differenza (articolo 3 della Costituzione), ci serve una democrazia saldamente agganciata alla Costituzione antifascista e pacifista scritta da quell’Assemblea costituente eletta ottant’anni fa per la prima volta con il voto delle donne.

Proprio grazie alla partecipazione attiva e conflittuale delle donne al processo costituente, la nostra Costituzione poggia su una formulazione del principio di eguaglianza estremamente avanzata, quella sostanziale, che mira a superare la concreta realtà «di fatto» delle diseguaglianze a partire da quelle basate sul sesso e sul genere; sul diritto delle lavoratrici, e quindi di tutti, di condizioni di lavoro che «assicurino un’esistenza libera e dignitosa» (articolo 36) imponendo la parità salariale (articolo 37) e una più generale pubblicizzazione del lavoro di cura sotto forma di diritti sociali inviolabili (scuola, salute, assistenza e previdenza).

I diritti, però, richiedono garanzie perché non restino lettera muta.

Vanno rivendicati in un tutt’uno con la pretesa che la loro tutela non venga messa in discussione, svilendo le sedi della sovranità popolare in organi di ratifica delle decisioni del governo e compromettendo l’indipendenza e l’autonomia della magistratura che ha il compito di far rispettare i nostri diritti dagli abusi di potere.

Se c’è molto da cambiare nella cultura della giurisdizione in modo che non sia un ulteriore oltraggio alla lesione dei diritti, certamente questo cambiamento non può andare nella direzione di un controllo politico della magistratura in un contesto, inoltre, di ipertrofia del diritto penale ‘del nemico’.

Per questo lo sciopero, altro diritto costituzionale, dal lavoro produttivo e riproduttivo, deve essere accompagnato dal rifiuto di manomettere la Costituzione nella sua parte di garanzia dei diritti.

Visto che ci obbligano a un dissenso espresso, bisognerà dire NO.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 56 di Febbraio– Marzo 2026: “Democrazia a rischio estinzione

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