Il genocidio a Gaza, nuovo paradigma

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di Fabio Alberti (co-presidente di Un Ponte Per)

Le immagini dei bulldozer che demoliscono edifici dell’United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees (Unrwa) a Gerusalemme Est dicono molto del desiderio di distruzione delle Istituzioni sorte dalle macerie della Seconda guerra mondiale.

Unrwa non è soltanto un’agenzia umanitaria: è il promemoria istituzionale dell’esistenza dei rifugiati palestinesi e del carattere irrisolto del 1948. Israele è entrato nelle Nazioni Unite con una risoluzione che richiama esplicitamente la 194 (diritto al ritorno). L’Onu, insomma, è parte del dispositivo storico-giuridico su cui lo Stato di Israele è fondato.

È per questo che l’attacco all’Unrwa assume un significato che va oltre le accuse di parzialità.

Qui si contesta la sua stessa esistenza e, con essa, l’esistenza politica della popolazione che avrebbe il mandato di assistere. In filigrana c’è l’obiettivo di essere sciolti da ogni limite legale. Non è quindi più necessario negare le politiche genocidarie e di sostituzione etnica. Sono infatti rivendicate senza conseguenze da influenti esponenti del governo. Gli accordi non sono vincolanti, come si vede nel permanere dei bombardamenti su Gaza. Ma il paradosso è evidente: nel delegittimare l’Onu, si colpisce anche il terreno su cui è costruita una parte della propria legittimazione internazionale.

Questo desiderio di ‘soluzione’ dai vincoli non si vede solo in Palestina.

È stato esplicitato, con brutale chiarezza, dal presidente pro tempore degli Stati Uniti che ha rivendicato di non avere altro limite che la propria coscienza. E non è la legge morale kantiana: qui il cielo stellato assume la forma della “missione manifesta”, del mandato divino: America First.

In quei bulldozer e in quella dichiarazione prende corpo l’aspirazione a dissolvere l’idea stessa di legalità internazionale formatasi nei secoli, da Westfalia in poi: una regressione della civilizzazione e la gerarchizzazione dell’umanità come principio organizzatore.

Parigi non è stata costruita in un giorno. Quello che vediamo è l’esito di un processo lungo: la delegittimazione della giurisdizione e la riabilitazione, anche teorica, del diritto della forza. Non è il genocidio a vanificare il diritto; è l’erosione del diritto che rende possibile il genocidio. Per decenni, persino le guerre cercavano una cornice di legalità: «difesa preventiva», «responsabilità di proteggere», «polizia internazionale», «guerre umanitarie». Anche quando piegavano il diritto, restava il bisogno di stare in quella cornice.

Oggi si afferma l’idea opposta: la cornice non serve più.

Il cambio di linguaggio è stato preparato da tempo.

Già durante la presidenza Obama le esecuzioni extragiudiziali con i droni erano diventate una pratica corrente. Nei documenti statunitensi, dagli anni ‘10, «International Law» viene via via sostituito dall’espressione ambigua «Rules-Based International Order» (Rbo). Apparentemente suona come sinonimo; nella pratica strategica atlantica diventa un concetto elastico: le “regole” sono ciò che l’Occidente decide. La Nato lo assume come lessico ufficiale nella Dichiarazione del vertice di Madrid del 2022. Il termine scivola dal diritto a etichetta geopolitica, la conseguenza è semplice: non si tratta più di rispettare norme condivise, ma di appartenere o meno al campo che decide la norma.

Lo stesso schema si vede nella governance economica.

Qualunque giudizio si abbia sul World Trade Organization (Wto), la sua esistenza incarnava l’idea che anche i più forti stanno dentro regole e procedure comuni.

Dal 2019, però, l’Organizzazione è stata paralizzata dagli Stati Uniti impedendo la nomina dei giudici dell’Appellate Body. Il passo successivo è l’uso dei dazi come arma politica in ostentata violazione delle norme concordate nel Wto. E la stessa insofferenza per le regole attraversa altre sedi: dall’Unesco alla World Health Organization (Who), dalle Conference of the Parties (Cop) agli Accordi di Parigi, fino allo smantellamento dei trattati di disarmo. Si arriva così al Board of Peace, club privato che vorrebbe sostituirsi alle Nazioni Unite.

Non siamo davanti solo all’impunità per un crimine di massa. Siamo in una fase accelerata della crisi del multilateralismo giuridico costruito dopo il 1945, della legalità internazionale come limite al potere degli Stati.

Se non c’è più il limite non si pone più nemmeno il tema della perseguibilità e, se non c’è più il reato, non c’è più nemmeno l’impunità.

Se questo varco resta aperto, e potrebbe restarlo a lungo, non c’è ragione per cui altri non lo attraversino. Ovunque e ogni volta che lo si reputi possibile e vantaggioso.

L’effetto domino della teorizzazione della fine del diritto lo vediamo già nel proliferare delle guerre, nell’invasione dell’Ucraina, nelle guerre africane per le risorse, nel riarmo europeo, nella colonizzazione della Cisgiordania, e andando oltre, verso la Terza guerra mondiale.

Eppure, qui si annida un altro aspetto: questa furia distruttiva occidentale esplode anche perché quelle Istituzioni, con tutti i loro limiti, cominciavano a scontrarsi con l’establishment postcoloniale che tollerava le norme perché se ne sentiva esentato. Ne sono esempi i mandati di arresto, senza precedenti, della Corte penale internazionale per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant (oltre che per il vertice di Hamas), le decisioni della Corte internazionale di giustizia, e persino segnali meno visibili ma strutturali, come il voto dell’Assemblea generale dell’Onu del novembre 2024 che contesta all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) la competenza sulla fiscalità internazionale per riportarla in sede Onu. Questo in un’assemblea delle Nazioni Unite nella quale gli Stati Uniti e Israele, che votano sempre insieme, vanno ‘sotto’ sette volte su dieci.

I rapporti economici, tecnologici e demografici si stanno modificando e gli Stati del Sud globale stanno acquisendo una maggiore possibilità di incidere. I Paesi “in via di sviluppo” (cioè i popoli ex colonizzati) non dipendono più soltanto dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi) dominato dagli Usa, ma possono rivolgersi altrove. E, nelle piazze di tutto il mondo, la grande maggioranza dell’umanità ha simpatizzato per i palestinesi perché vi riconosceva la propria esperienza di deumanizzazione.

Vista dall’esterno del recinto europeo in cui vive la piccola frazione bianca dell’umanità, è la buona notizia dentro la cattiva: l’attacco alle istituzioni rivela uno slittamento del potere. Questo cambiamento può portare a una guerra globale, ma può anche aprire la strada a un ordine globale più equo se in Occidente si avesse la lungimiranza di ammettere che la supremazia non è un obiettivo legittimo e che la politica dello Stato Nazione è senza via di uscita.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 56 di Febbraio– Marzo 2026: “Democrazia a rischio estinzione

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