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di Marco Bersani (Attac Italia)*
*articolo pubblicato su il manifesto del 04.04.2026 per la Rubrica Nuova finanza pubblica

La situazione in cui si trova la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni non è certo quella che si sarebbe aspettata anche solo un anno fa, quando la sua marcia trionfale per trasformare le istituzioni in uno Stato autoritario, l’economia in un’economia di guerra e la società in uno stato di polizia pareva inarrestabile.
Il tutto obbedendo ai diktat della Nato sull’aumento delle spese militari fino al 5% del Pil ed eseguendo pedissequamente i comandi dell’Unione Europea sul doppio versante del piano di riarmo europeo e del rispetto dei vincoli finanziari.
Un primo movimento tellurico l’ha sicuramente sentito nello scorso autunno, quando una generazione di giovani e un popolo intero sono scesi in piazza contro il genocidio a Gaza, a sostegno della Global Sumud Flotilla, contro le politiche di riarmo e contro i decreti sicurezza.
Un movimento carsico che è finalmente riemerso in questo avvio di primavera determinando la vittoria del No al referendum sulla giustizia e riempiendo una nuova manifestazione di piazza rivolta direttamente contro di lei, così come contro tutti i re e le regine del pianeta.
Se il consenso non solo vacilla, ma diviene ostilità manifesta, l’unica è agire con le leve dell’economia, ma anche su questo versante il cortocircuito sembra dietro l’angolo.
Già, perché la giovane Giorgia aveva immaginato di trovare i soldi promessi in sede Nato attraverso una finanziaria di tagli che consentissero al Paese di tornare al 3% del rapporto deficit/pil e, uscendo di conseguenza dalla procedura d’infrazione con l’Unione Europea, di poter spendere per le armi in deroga al patto di stabilità.
Il risultato non è stato comunque raggiunto e, con i chiari di luna che si intravedono in campo economico come effetto dell’ultima guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran, non solo non vi saranno inversioni di tendenza, ma la crisi è destinata a divenire drammatica.
Anche il tentativo di recuperare risorse ritirando i bonus elargiti a pioggia alle imprese non è durato che un giorno, ed è bastata la voce grossa di Confindustria per far retrocedere il governo con la coda fra le gambe, riconoscendo la propria sudditanza anche su questo versante.
E dall’Europa arrivano segnali ancor più preoccupanti: non solo dovuti al fatto che i miliardi del Pnrr sono a fine ciclo e rischieranno di portare con sé l’artificiosità della crescita economica -per quanto misera- sinora vantata; ma soprattutto perché la discussione sul nuovo bilancio settennale (2028-2034) dell’Unione Europea è da tempo avviata e sta procedendo con il timone dei tagli generalizzati.
Secondo lo studio della Commissione europea, i fondi destinati agli Stati membri passeranno dagli attuali 759 a 698 miliardi di euro, che per l’Italia vorrà dire una riduzione di dieci miliardi (dagli attuali 82 a 72 miliardi di euro).
Chi ne subirà le maggiori conseguenze saranno i fondi per la coesione territoriale e la spesa sociale, sui quali si scaricherà l’intangibilità, quando non l’aumento, dei fondi destinati a immigrazione e sicurezza (leggi guerra esterna e guerra interna).
Non un quadro esaltante per una Presidente del Consiglio che, non volendosi dimettere, si prepara ad attraversare un anno in cui tanto le “riforme” quanto le risorse stanno progressivamente raggiungendo lo stato fisico dell’evaporazione.
Ma un monito serio anche per chi, sulla scorta della vittoria referendaria, s’immagina già in sella per una luminosa cavalcata verso l’appuntamento elettorale: senza una radicale inversione di tendenza e una rottura con le compatibilità del quadro dato, non solo le risorse a disposizione saranno altrettanto evanescenti, ma il risultato finale sarà di aver semplicemente sostituito il re o la regina di turno, mantenendo intatta la relazione di dominio e sudditanza.

