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di Stefano Risso (European Attac Network)
«Il diritto internazionale è morto!», così lamentano sconsolati gli appartenenti alla nuova categoria politica e culturale delle ‘vedove’ del diritto internazionale.
«Non è vero, non è mai esistito. È stata solo la maschera della violenza!» contrappongono così i ‘veri’ realisti, con un fare tetragono, ammantato di amara ponderazione.
Alzi la mano chi non si è mai, nemmeno una volta, sentito oscillare tra le due posizioni. Entrambe , riconosciamolo, ci hanno, volta a volta, più o meno profondamente coinvolti.
Allora?
Partiamo da una breve premessa.
Si considera, maggioritariamente, la nascita del Diritto internazionale come esito della Pace di Vestfalia (ottobre 1648), che concluse la guerra dei Trent’anni.
Una guerra poco entrata nella memoria collettiva del nostro Paese, che ne fu solo marginalmente coinvolto. Ben diversamente nell’Europa centrale (particolarmente nell’area del Sacro romano impero) dove, tra il 1618 e il 1648, la popolazione si ridusse di almeno un terzo. In proporzione più spaventosa della somma delle due guerre mondiali del XX secolo.
Iniziata come guerra di religione per stabilire se l’Europa dovesse essere cattolica o protestante (solo quella Centro-occidentale, la parte ortodossa non era parte della questione) e quale, fra queste due parti, dovesse controllare il Sacro romano impero, si concluse con l’irrilevanza di entrambe le questioni.
I nuovi Stati considerarono le differenze di religione una questione di diritto interno, il Sacro romano impero in quanto tale divenne politicamente irrilevante e la moderna concezione della sovranità statale separò nettamente il diritto interno da quello internazionale.
La fine della guerra trovò un’Europa profondamente cambiata, non solo nel pensiero scientifico, filosofico e giuridico. La stessa accumulazione primaria[1] si rivestì della forma della società per azioni[2]: stava nascendo il capitalismo moderno.
Questo nuovo sistema di relazioni tra Stati non eliminò affatto la guerra. Ma solo nel XX secolo si tornò a raggiungere il precedente livello di ferocia. Sistema di relazioni (anche belliche) basato sull’equilibrio, pur mutevole, tra potenze.
Cosa importante: potenze europee. Questo equilibrio si basava sulla comune cultura europea, inizialmente solo per la parte cattolica o protestante. Con il tempo questa visione culturale (e politica) comune venne allargata fino a comprendere il Nord America e la Russia. Processo descritto sinteticamente, con finezza letteraria, da Edward Gibbon nelle sue Osservazioni sulla caduta dell’Impero Romano d’Occidente[3].
Questa comunanza culturale spiega la nascita della categoria dei “Principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili” che costituiscono ancora oggi una fonte del Diritto internazionale, secondo quanto previsto dall’articolo 38 dello Statuto dell’odierna Corte internazionale di giustizia.
In questo quadro, il concetto di Occidente divenne la semplice estensione geografica del concetto di Europa e la distinzione tra i due termini iniziò a sparire.
Questo sistema di relazioni che, bene o male, ha funzionato sino ad oggi, si è arricchito, nel secondo dopoguerra, di varie Istituzioni e Organizzazioni internazionali (dalle Nazioni Unite e le sue agenzie specializzate alla World Trade Organization (Wto)) che lo hanno rafforzato e, almeno apparentemente, stabilizzato.
Dopo la Seconda guerra mondiale, il mondo passò da un altalenante multipolarismo (rigorosamente Euro-americano) a un netto bipolarismo. Il termine Occidente divenne così un termine esclusivamente geopolitico, al netto della propaganda di parte (in una diversa interpretazione si sarebbero dovuti considerare ‘estranei’ e ‘orientali’ luoghi e componenti essenziali della cultura europea[4]).
Dopo il triennio 1989-1991 si entrò nella fase che oggi appare in crisi, se non al tramonto: quella del “monopolarismo”, almeno sostanziale. Una situazione finora sconosciuta nella storia umana.
Questa condizione di supremazia incontrastata (se non molto debolmente) fu analizzata e difesa da molti intellettuali[5] sul piano accademico; ma divenne anche orgogliosamente un chiaro programma politico[6], seguito nei fatti da tutti i presidenti americani (repubblicani o democratici indistintamente) di questo XXI secolo.
Questa supremazia geopolitica ‘unipolare’ ha coinciso con una supremazia incontrastata del modello neo-liberale, sia dal punto di vista dei rapporti economici concreti sia da quello dell’egemonia culturale.
Il pregiudizio razzista (forse inconsapevole) delle élites occidentali le ha portate a sottovalutare la capacità di utilizzare la delocalizzazione della produzione manifatturiera da molti Paesi, cosiddetti sottosviluppati, in modo rapido e altamente efficace per risalire la ‘catena di produzione’ sia dal punto di vista del valore sia da quello della competenza. Morale: sottosviluppati dal punto di vista economico sì, da quello culturale no!
Questo movimento ‘tellurico’ che è sottostante l’attuale tempesta geopolitica, non è solo economico; ma è la prosecuzione del processo di emancipazione dalla condizione di servaggio coloniale (o semicoloniale come la Cina e l’Iran) iniziato da molti decenni.
Proprio durante la Seconda guerra mondiale Bertrand Russel scrisse Storia della filosofia occidentale e per la prima volta la parola ‘occidentale’ appariva in un titolo di una storia della filosofia, prima quella occidentale era la ‘sola’ filosofia. Russel era un grande studioso della logica moderna: non usava le parole a caso. Aveva intuito il grande cambiamento in divenire.
Oggi le élites occidentali, ottant’anni dopo, stentano ad assimilare compiutamente la comprensione delle implicazioni della fine dell’era coloniale.
Il diritto internazionale non ha mai impedito le guerre, è stato l’equilibrio fra Stati che le ha almeno limitate. Il diritto internazionale ha comunque avuto una grande utilità nel dare forma e stabilità alle conclusioni delle guerre
Un equilibrio che è tale solo quando si basa su una sicurezza comune. Un mondo in cui la sicurezza dell’uno si basa sull’insicurezza dell’altro, porta inevitabilmente alla guerra. Questa è la lezione, ora dimenticata, del 1914 che ruppe definitivamente l’equilibrio sottostante il diritto internazionale di origine vesfaliana[7].
Nel 1975, con la Conferenza di Helsinki, si cercò un’uscita dalla Guerra fredda sulla base della sicurezza collettiva e condivisa. Il “finale di partita” della Guerra fredda seppellì questo generoso e illuminato tentativo. La febbre dell’euforia della vittoria ha fatto il resto.
Non a caso nel 2025 il cinquantennale di Helsinki è passato sotto un imbarazzato (e imbarazzante) silenzio.
Oggi molti nell’Occidente geopolitico tentano di utilizzare il diritto internazionale, in versione ‘a corrente alternata’, come clava per difendere l’assediato fortilizio unipolare occidentale. È triste constatare che i più accaniti assertori di questa postura sono i governanti europei, proprio nel momento in cui l’Europa scivola sempre più in una subalternità di tipo neocoloniale nei confronti del Grande Fratello nordamericano.
Non sarebbe la prima volta nella nostra storia: gli ultimi e più accaniti difensori del bunker di Berlino nell’aprile del 1945 furono i volontari (collaborazionisti dei Paesi occupati) delle divisioni delle Waffen-SS Charlemagne e Nordland.
Solo un nuovo equilibrio globale basato sulla sicurezza collettiva e condivisa potrà scongiurare la guerra (o almeno contenere gli inevitabili conflitti locali) salvando una pace sostanziale, condizione necessaria per affrontare le grandi sfide che ci attendono.
Solo un equilibrio non escludente potrà ritrovare nel diritto internazionale un valido cemento di stabilità. Ovviamente anche tale diritto non dovrà essere escludente: i Paesi civili i cui “principi comuni” sono fonte del diritto non potranno essere solo gli ex colonizzatori. D’altronde oggi la popolazione alfabetizzata al mondo è l’86,3%[8]. In Italia nel 1941 era l’86,2%.
Il recente parere[9] della Corte internazionale di giustizia sul clima potrebbe essere interpretato come un primo passo nella comprensione della comune necessità di affrontare le reali sfide comuni.
[1] Karl Marx Il Capitale, cap. XXIV
[2] Nel 1602 nei Paesi Bassi fu fondata la Vereenigde Oostindische Compagnie (VOC, Compagnia delle Indie Orientali) (Gastone Cottino Diritto Commerciale, 1976). Per i Paesi Bassi la guerra dei Trent’anni era già cominciata: loro la chiamano «guerra degli Ottant’anni»
[3] In The History of the Decline and Fall of the Roman Empire. Da notare che sia l’opera di Edward Gibbon che la sua parafrasi fantascientifica (Isaac Asimov, nella trilogia della Fondazione) fanno parte del bagaglio culturale di molti tecno-capitalisti (Elon Musk e Peter Thiel, per esempio), forse vicini più a J. D. Vance che a Donald Trump
[4] Come la Porta di Brandeburgo a Berlino, la tomba di Johann Sebastian Bach a Lipsia, la stessa Abbazia di Wittenberg, sulla cui porta Martin Lutero affisse le sue 95 tesi. Per non parlare di Pëtr Il’ič Čajkovskij o di Lev Tolstoj
[5] Fukuyama per tutti
[6] Project for the New American Century (Pnac)
[7] “Riaggiustato” a Vienna nel 1814-1815, ma erano ancora tutti solo europei!
[8] The World Factbook 2023 della Central Intelligence Agency (Cia)
[9] Advisory Opinion of 23 July 2025 – https://www.icj-cij.org/sites/default/files/case-related/187/187-20250723-sum-01-00-en.pdf
Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 56 di Febbraio– Marzo 2026: “Democrazia a rischio estinzione”

